Le Troiane

Prima Nazionale

Teatro di Segesta

Testo e regia: Salvatore Cannova

Con: Eletta Del Castillo, Selene Demaria, Luciano Sergio Maria Falletta, Valentina Ghelfi, Clara Ingargiola, Edoardo Monteforte, Elvira Scorza, Emanuele Spatola

Canti/musiche originali: Salvatore Cannova (Anadius Taimon), Emanuele Spatola

Assistente alla regia: Chiara Gambino 

Assistente alle scene: Paolo Cannova

Adattamenti e Modifiche Sartoriali: Ninetta Litro

Produzione: Compagnia Fenice Teatri - G273 Produzioni 

Con il sostegno di: Spazio Marceau, Laboratorio Tango, Calatafimi Segesta Festival - Dionisiache 2019, I Ciclo di Rappresentazioni Contemporanee di Siracusa

SINOSSI

 

Troia è distrutta, gli uomini uccisi e le donne rese schiave dagli eroi greci. Nell'attesa del vento propizio che farà salpare le navi per tornare in patria, davanti alle rovine della città, le Troiane attendono il compiersi del loro destino. Cassandra prevede la sua disgrazia e quella del suo nuovo padrone, Agamennone, una volta rientrati in Grecia; Elena, condannata a morte da Menelao, cerca invano di avere salva la vita, poiché Ecuba rivela la colpevolezza della donna adultera; Andromaca piange le forzate nozze con Neottolemo, il figlio Achille. La sentenza più tragica arriva poco prima della partenza. L’esercito greco, per paura di una ribellione futura, impone la morte del giovane Astianatte, figlio di Ettore e Andromaca: verrà lanciato vivo dalle rocche di Troia. Compiuti i riti funebri, le prigioniere guardano per l’ultima volta la loro patria: una terra afflitta, materna solo a figli privi di vita.

 

Note:

Per capire il profondo significato di questa tragedia ci viene in aiuto una frase di Lev Tolstoj: “Togli il sangue dalle vene e versaci dell’acqua al suo posto: allora sì che non ci saranno più guerre.” Il desiderio di supremazia ha sempre prevalso sulla ragionevole cooperazione, anche oggi che i conflitti si sono solo spostati geograficamente. Guerra è morte del senso civico; decesso della ratio; estinzione del logos. Eppure sembra che non si comprenda, o che non si voglia comprendere, quanto sia assurdo dare vita a un evento così barbaro. Le Troiane, la barbarie, l’hanno vista coi loro occhi e continuano ad averla di fronte alle loro tende, in quella pianura. I resti di Troia, segni tangibili di una fine, sanciscono l’inizio del dramma: quello di chi resta e piange i propri morti; quello di chi ha perso tutto e non può fare a meno di obbedire agli ordini del vincitore. Sono donne di qualunque età, che hanno visto morire figli, mariti, fratelli. Donne a cui è stata negata ogni volontà, anche quella di tenere i propri capelli: segno di libertà e di forza. Immagino le Troiane come donne semplici che parlano ancora in “greco antico”; come madri, figlie, donne succubi della supremazia maschile. Immagino Ecuba interpretata da un uomo, poiché “indifeso” è qualunque essere umano incapace di agire, che rinnegando la guerra in cui si trova, ne è vittima.

Immagino delle vicende che si muovono tra finzione e realtà scenica, capaci ora di far sorridere, ora di far riflettere.