LE TROIANE

LE TROIANE 
di Seneca

Traduzione e drammaturgia di FABRIZIO SINISI

Regia ALESSANDRO MACHIA
Con PAOLO BONACELLI, EDOARDO SIRAVO, ALESSANDRA FALLUCCHI,Silvia Siravo, Cecilia Zingaro,Marcella Favilla, Gabriella Casali
Scene Katia Titolo
Costumi Sara Bianchi
Luci Giuseppe Filipponio
Musiche originali Francesco Verdinelli
Assistenti alla regia Marcella Favilla,Aurora Silanos
Una produzione LAROS in collaborazione con AC ZERKALO

Note:
« Chi lotta contro i mostri deve fare attenzione a non diventare lui stesso un mostro. E se tu guarderai a lungo in un abisso , anche l’abisso vorrà guardare dentro di te. » F. Nietzsche, Al di là del bene e del male In una Troia avvolta dalle fiamme, Seneca mette in scena un universo segnato dal lutto e dalla perdita del controllo sulle passioni, in cui l’umano si afferma soltanto nella sua possibilità di fare il male. Gli dèi sono ormai presenze lontane e insignificanti, l’uomo è solo davanti al rischio dell’esistenza, con la sua sofferenza e col peso della sua libertà. A dominare è la guerra, quel pòlemos che secondo Eraclito è « madre di tutte le cose». E la morte. Una morte che è anche liberazione dal dolore, dal male che “si trova dentro di noi” e “proviene dalle nostre viscere”, come afferma Seneca stesso nelle Lettere a Lucilio. In Troades, Seneca rivela una straordinaria modernità nel rappresentare il demoniaco che abita l’interiorità dell’uomo e il male di cui è capace. Pur mantenendo il titolo dell’originale euripideo, che rimanda a una coralità in cui protagoniste sono le donne troiane, Seneca concentra l’azione drammatica soprattutto su scene a due - a cui Fabrizio Sinisi nel suo adattamento aggiunge l’inedito confronto tra Ulisse ed Elena. Il fuoco della tragedia si sposta così dalla rappresentazione del dolore e della sofferenza dei vinti, a un piano più politico: a quel “discorso del potere” che vede la parola come rappresentazione, luogo di mascheramento attraverso l’eccesso della sua esibizione. Siamo di fronte a una testualità che è vera e propria “scena della parola” , nella quale ogni personaggio recita la propria parte nel palcoscenico del potere e in cui la retorica, lungi dall’essere un freno alla teatralità, costituisce a nostro avviso il vero motivo di modernità della tragedia senecana, capace di parlarci ancora oggi: perché rivela una parola che – come ai nostri tempi - ha perso ogni aggancio etico e morale, ogni riferimento veritativo, ogni intenzione di comunicazione per diventare pura affermazione di sé, strumentale al potere e all’annientamento dell’altro.