#AN AMERICAN DREAM

#AN AMERICAN DREAM
Prima Nazionale
di Sergio Casesi

Ex Convento di San Francesco
TESTO VINCITORE PREMIO CENDIC- 3° EDIZIONE
Regia MAURO AVOGADRO
Con: (in o.a.) Martino D’Amico, Lorenzo Iacona, Sabrina Scuccimarra, Carlotta Visconvo
E con Dario Battaglia e Riccardo Rizzo
Scene e costumi Ivan Becego Varengo
Registi assistenti Dario Battaglia e Riccardo Rizzo
Produzione CTM – Centro Teatrale Meridionale collaborazione con Compagnia RDA

Evento in esclusiva per il Calatafimi Segesta Festival 2018 - Dionisiache

Note:
#An American Dream è teatro ad orologeria.
Due coppie sono pronte ad innescarsi ed esplodere ripercorrendo le strade di un passato mai condiviso. Tom, scrittore di successo, vive in un lussuoso appartamento di New York con la sua compagna, Allie, curatrice di mostre. Grazie ai social vengono avvicinati da una lontana parente del Michigan, la miserabile Liv accompagnata dal marito Albert. I motivi della loro visita non sono però quelli dichiarati. Giustizia contro ingiustizia, rivalsa contro senso di pietà, pace dell'animo contro vendetta: nell'esplosione del gioco teatrale il passato sembra attraversare le coscienze e i cuori dei personaggi travolgendo ogni cosa, ogni legame, ogni situazione.
Ma forse non tutto è come appare.
Forse ciò che abbiamo visto non è reale. O lo è in un altro luogo, in un altro tempo.
Nel privato momento dell'immaginario, dove si origina ogni creazione artistica.

Teatro a orologeria. Un bolero a Manhattan. Un gioco almassacro costruito su un crescendo che sembra infinito ma che,a ogni giro di giostra, riporta un passato mai passato. Maicondiviso. Mai analizzato.Scrivendo #AnAmericanDream ho cercato di riflettere sullasocietà di oggi, sul nostro aspro mondo, dove il concetto digiustizia sociale viene dimenticato per veder diffondersi il più
nefasto “farsi giustizia da sé”. Un’epoca, la nostra, che mescolacause ed effetti; che resta in superficie e non coglie mai lacomplessità delle cose, riaprendo così la strada alla violenza
come mezzo politico ed esistenziale.Mi è stato chiesto perché ho ambientato questo dramma a
Manhattan e non a Milano o a Roma. Il motivo è che New York etutta l’America sono per noi, oggi, luoghi dell’immaginario e delmito: dove eroismo, disparità, fantasia, opportunità e
nefandezza dell’animo, possono coesistere e darsi battaglia. Perun europeo, ambientare un testo a Manhattan vuol dire scriverenell’immaginario collettivo. Vuol dire avere la libertà di
affrontare la modernità come si affronta il mito. Si può farlo di sicuro anche con un’ambientazione italiana, manon per la drammaturgia in questione. Credo che la storia di Tom, Allie, Liv e Albert valga, certo, per ogni luogo;ma sono anche convinto che solo nella nostra America immaginaria i fatti raccontati possono essere percepiti dallospettatore come veri.
E poi cosa c’è di più mitico del “sogno americano”? Quanti milioni di persone l’hanno inseguito e lo rincorronoancora oggi? E quanto di quel sogno è entrato nelle nostre vite? Nelle nostre scelte e abitudini? Quanto di quelsogno viene narrato dal mosaico giornaliero delle nostre odierne pagine social?Eppure “connesso” non vuol dire solo legato, congiunto ad altre parti. Qual è, appunto, il nesso fra i miliardi dipersone in contatto su internet? Davvero è sufficiente quello che ci dà il nostro device per non essere soli? Peressere appetibili sul lavoro? Per essere interessanti come persone? E nel nostro pianeta, ora abitato da questi stranialieni, che succede se il nesso è invece qualcosa di atroce o di malvagio? Di indicibile sui social, di indescrivibile senon fra persone vere, occhi negli occhi, mani nelle mani?
Si scopre così di essere all’improvviso troppo piccoli per i grandi e complessi problemi umani. Mentre le personepiù sfortunate, esiliate nella propria terra, sono forse sempre in contatto con chi invece – per fortuna o percapacità – si trova in una situazione di privilegio. Ma non c’è vera empatia, non c’è traccia di pietà. Di sicuronessuna autentica solidarietà. C’è rancore, incomprensione, rabbia, delusione. In sostanza incomunicabilità.
Ancora.
#AnAmericanDream non è teatro politico. Vuole essere teatro puro, nuovo, comunicativo, non arroccato sustratagemmi intellettuali velleitari e sterili. Vuole essere un teatro per tutti ma di grande portata: vivo, nutritodall’immaginario che oggi imperversa nelle nostre menti e ci guida. Per me è importante l’idea di contribuire afare un teatro del nostro tempo. Con una parola scritta che descriva l’epoca, troppo amara, in cui siamo immersi.Pertanto ho immaginato e scritto intorno allo scrittore di successo Tom e alla sua compagna Allie che, grazie a uncontatto via social network, ricevono una visita nel loro lussuoso appartamento di New York da parte della cugina
Liv, appena emigrata con Albert da una città deindustrializzata e impoverita del Michigan.
Un incontro denso di implicazioni e motivi annidati in epoche lontane: giustizia contro ingiustizia, rivalsa controsenso di pietà, pace dell’animo contro vendetta. Nell’esplosione del gioco teatrale, il passato sembra attraversarele coscienze e i cuori dei personaggi travolgendo ogni cosa, legame e situazione.Ma, forse, non tutto è come appare. Forse una via di scampo, per noi tutti, c’è ancora. Una via creativa allalibertà è ancora percorribile.
Sergio Casesi